VEDERE
Asincronie
- stai leggendo o lo stai vedendo l’articolo?
M’aveva scritto questo messaggio pochi giorni prima che una depressione abissale lo crocefiggesse al letto. Lui stesso l’aveva definita abissale. Come se l’aggettivo potesse mutarne la profondità, affondandolo ancor di più. Aveva spedito quel suo ultimo pezzo, e forse l’aveva mandato ad altri, e nella chat chiedeva che gli dicessi qualcosa.
- va bene anche un emoji.
Certo che l’avevo visto. Non mi andava di rispondere, sebbene nascondessi questa verità sotto il lenzuolo degli impegni, delle cose da fare.
C’è bisogno che il tempo trascorra affinché la pressione si distribuisca lungo giornate, settimane e talvolta mesi.
- ho sempre l’impressione che tu li veda gli articoli: non li guardi né li leggi.
Che accusa.
Ma ero andato avanti, nel senso che i suoi messaggi s’erano subito trasformati in recente passato, retrocessi tra quelli degli amici della corsa, la spesa da fare, mia madre, controllami quanto ho preso di pensione, e quelli del lavoro, così l’ultimo: domattina alle 10 vediamo tutto.
Da una Storia di una vicina di casa registrata dal suo terrazzo durante la pandemia, avevo scoperto qualcosa di inquietante. Dietro quella che avrebbe dovuto essere una finestra di casa mia, notai una figura che correva sul posto. Avevo scorto quest’ombra parzialmente velata dalle tende, e sfumata direi, impegnata in un movimento da fermo che non serviva proprio a niente. In alto e a destra nello schermo, appariva una sagoma d’uomo oscillante. Sapevo che quella forma ero io, eppure faticai a riconoscermi. Sembravo un fantasma lento e grasso. Avevo preso dieci chili e ciò che si vedeva dal terrazzo e dallo schermo del telefono non mi piaceva per niente. Da allora lavoro con le tende aperte, anzi le ho proprio levate, e adesso il terrazzo condominiale del palazzo di fronte costituisce, oltre allo schermo del telefono, il mio unico panorama.
In giro è pieno di meme sul procrastinare, ma esistono strategie che spostano la titolarità del verbo a un altro soggetto, liberando l’essere umano da responsabilità fastidiose. Bisogna affidargli le cose da fare, e lui, il tempo, decide quando. Non noi. Proprio così, è il tempo che sbiella e si sgancia dal cosiddetto scorrere dei giorni e delle notti, dal cosiddetto futuro, o dal presente e dal passato, e allora senti che dici tempo per dire attenzione.
- forse anche i libri vedi allo stesso modo.
Ripenso alle sue parole e alla fine che ha fatto il mio amico. Ai suoi passi dopo quello che lui stesso aveva definito calvario. E al fatto che non ho mai risposto ai suoi messaggi. Sollevo la testa dallo schermo dove brilla l’accusa: gli articoli visti e quelli non visti.
Adesso lui sta lì. Parlo dell’uomo dalla lunga barba e dalla giacca coi gomiti lisi - di questo particolare mi sono accorto osservandolo per strada -, che cammina sulla terrazza condominiale del palazzo di fronte. Cammina veloce e ogni tanto si blocca. Quando marcia tiene il busto proteso in avanti e la testa alta, e poi si ferma: lo fa per guardare di sotto; non infila le mani in tasca e non indossa mai un cappotto: soltanto camicia, un maglione a V e la giacca. Dopo essersi fermato e aver pensato a qualcosa, dopo aver visto qualcosa, riprende a camminare. Sempre sulla terrazza condominiale.
Non ha smesso questa sua abitudine che aveva acquisito all’epoca della pandemia. O forse sono io che ho cominciato a interessarmene all’epoca. Le volte in cui guarda di sotto, capita che si sporga pericolosamente. Una volta s’è proprio tirato su con i gomiti, sul davanzale, la testa oltre il parapetto. Non ha paura di precipitare né di farsi vedere in quella posizione. Stacco il telefono dal caricatore: se si suicida potrei documentare i suoi cosiddetti ultimi istanti.
Mi aveva scritto in uno di quei messaggi che i nostri sguardi sulle cose non collimavano. L’aveva scritto a modo suo. È uno che dà per scontato che tu sia d’accordo o capisca, candido e provocatorio, con un periodare che non tiene mai conto della pazienza del lettore.
- non poniamo sulla stessa linea ciò che vediamo fuori, ciò che vediamo interiormente e ciò che vediamo qui dentro.
Poteva essere un’accusa rivolta a me, a noi, al nostro gruppo di amici, oppure una presa d’atto presuntuosa che riguardava l’umanità. Avevo evitato di chiedere spiegazioni.
E lui aveva aggiunto: tu te ne fotti, come al solito.
Posseggo molte foto di incidenti che avvengono nell’incrocio qui sotto, tra casa mia e la casa dove cammina l’uomo con la barba. Purtroppo non ho mai avuto la fortuna di cogliere un incidente nel momento esatto della collisione. Dovrei puntare il telefono sulla strada e rimanere in attesa per ore e giornate intere. Invece, mentre sto qui dentro, vengo ridestato dal fragore di una macchina o di una moto che si schianta contro un’altra moto o un’altra macchina, e corro alla finestra, impaziente di registrare lamenti, imprecazioni, risse, segni bianchi sull’asfalto. Conservo le foto di tutti gli incidenti dell’incrocio, le archivio qui dentro, il telefono le riconosce da sé, nella speranza che un giorno questo materiale possa essere trasformato in una vera collezione. L’uomo con la barba non si è suicidato. Anzi, ora se ne va.
Riabbasso la testa sullo schermo.
Si dice che Federico Zeri, posto di fronte a una fotografia della sua immane fototeca, e quindi di fronte all’immagine di un quadro, e interrogato, rispondesse in frazioni di secondo. Come se avesse saputo da sempre, per magia verrebbe da dire, come se avesse conservato da una vita precedente informazioni cruciali sull’artista, l’opera, il periodo storico, i passaggi di proprietà e la condizione materiale dell’opera stessa.
Zeri sosteneva che davanti a un’opera ciascuno vede ciò che sa.
- e di fronte alle persone?
Questo uno degli interrogativi che il mio amico aveva lasciato cadere nel messaggio che accompagnava il pezzo.
- come vediamo oggi?
Più insisteva meno gli rispondevo e ancor meno mi decidevo a leggere l’articolo. Rubavo piuttosto il senso di certe domande.
Voglio capire perché l’uomo dalla barba lunga, la barba da alpinista alla Messner, si sporga, cosa veda e cosa sappia.
Lo seguo: nel senso che ho appena deciso di seguirlo.
Oggi, se vuoi, puoi pedinare chiunque senza problemi, nessun uomo si guarda più le spalle.
Lo tallono a distanza nelle strade del quartiere, nei canyon tra i palazzi, e scopro che procede con passo lesto, lo stesso che adotta sul terrazzo. Pare non abbia il telefono: non risponde mai, non chiama mai, non lo controlla mai, neanche vedo alcun rigonfiamento che gli sforma la tasca della giacca. Sembra piuttosto preso da altro, da un’ecolalia di pensieri che funge da carburante. Mai l’ho visto incantarsi, rispondere a un imperativo fisiologico e fotografare un gatto o un negozio, il cielo e l’aurora.
Questi a me paiono indizi rilevanti.
La fototeca di Zeri è adesso disponibile per chiunque voglia vedere l’effetto di come Zeri vedeva
- le sue risposte metempsicotiche: hanno infilato la memoria di Zeri nella memoria del Cloud.
Prima di quel messaggio e dell’accusa conseguente, ci eravamo scritti con lui, come tutti, come sempre, assecondando il vezzo, piuttosto ridicolo, che prescrive di non mandarsi vocali. L’equivalente del mignolo sollevato ai brindisi, aveva commentato una volta proprio il mio amico.
- evitiamo i vocali come la peste. Scriviamo e siamo felici, della stessa gioia idiota che regalano le applicazioni quando ci consegnano una nuova versione.
Una Storia qualsiasi, una foto a piacere, l’esaltazione per un gol dell’AS Roma in forma di GIF animata, me stesso in forma di GIF animata, le guerre e i corpi, la politica e i libri. Questo vediamo e scriviamo.
- voce del verbo scrivere.
Non ne esiste un altro.
Ho almeno dieci gruppi che funzionano così. Ciascuno spedisce quand’è più comodo. Se si è molto fortunati la comodità coincide, collima con la comodità altrui, e qualcuno risponde. Altrimenti ci affidiamo a un’ipotetica, e scomoda, asincronia. Il mio amico no, lui chiama quando sa che non puoi rispondere. Lo fa di proposito.
L’uomo dalla lunga barba cammina in tondo sul terrazzo di fronte. E ogni volta sembra animato da un obiettivo o da un’ossessione. Forse deve fare un esatto numero di giri prima di potersi sporgere, come se dovesse esaurire un compito preciso prima di affrontarne un altro, e come certi che evitano le fessure tra lastra e lastra sui marciapiedi.
Abitiamo tutti nello stesso quartiere. Eppure il mio amico non lo sentivo, non al telefono, intendo, lo vedevo semmai, sempre qui dentro. Vedevo i suoi messaggi, la sua certificazione di esistenza in vita.
- voce del verbo vedere.
Non ne esiste un altro.
Che poi ogni volta che ero io a chiamarlo, lui scriveva quasi con tigna:
- adesso non posso, ti richiamo.
Ogni volta che mi richiamava e io non potevo rispondere, scrivevo che l’avrei richiamato sfruttando un altro dei messaggi pre-impostati, nel rispetto dell’asincronia che domina le nostre vite.
Se possedesse uno smartphone, potrebbe dover compiere un certo numero di anelli di attività, da chiudere camminando lungo il perimetro del terrazzo e necessari a raggiungere il cosiddetto obiettivo movimento. Non ha il telefono ma magari indossa un contapassi.
Ora si sporge: guarda di sotto alla ricerca di qualcosa. Non guarda giù con curiosità o come faccio io quando fotografo gli incidenti all’incrocio, col godimento dell’aspirante collezionista di immagini.
Ci vedevamo per una cena, come tutti, come sempre, affidando alla cena un compito improbo.
- ultimamente sempre meno, di cene.
Forse proprio per questa ragione le cene apparivano liturgie cariche di aspettative, dense di attesa e difficili da organizzare, visto che cumulavano il desiderio di stare insieme in una data, un orario e un luogo precisi. Il nostro gruppo whatsapp, e ogni altro gruppo in cui mi hanno ficcato, possiede una propria curva delle cene.
- avremmo fatto bene a scegliere non ristoranti ma un bel country club a Trevignano dove celebrare una riunione di ex allievi della scuola, o magari un palazzo nobiliare in centro dove allestire una matinée.
Gli avevo ricordato che da ragazzini eravamo meno pretenziosi e ci accontentavamo di sfinirci di chiacchiere, ipotesi e sigarette, poggiati sul cofano delle macchine dei nostri padri.
La cosa che mi colpisce è che guarda senza preoccuparsi: non gli interessa che altri lo vedano, che pensino che abbia tempo da perdere, che sia un fallito o che sia indeciso se farla finita o meno.
In ogni caso, l’arco narrativo delle cene è piuttosto rigoroso e ripetitivo: un partecipante a caso manifesta la necessità della cena da celebrare, è tanto che non ci vediamo, e comincia a stilare un elenco di date, e subito esplode il conflitto tra vari altri, insopprimibili, appuntamenti. Qualcuno ineluttabilmente si sottrae. Allora un altro ancora inserisce nella chat il sondaggio coi giorni della settimana, escamotage abilitato dall’applicazione e che dovrebbe servire a facilitare l’operazione. Nonostante la presunta assenza di frizione nello spazio digitale, nella realtà fisica l’attrito è palese, prolungato, e nondimeno l’esito del conflitto appare scontato. Le prove sembrano ardue da superare, ma alla fine il bene, la cena, trionfa; e la non-cena, il male, e quindi il lavoro, altri impegni e altre cene rivali vengono sconfitti. Per chiudere questo cerchio, abbiamo bisogno di giorni, talvolta settimane, più di un mese che io lascio scorrere, mascherando sotto un apparente e gentile adattamento alle preferenze altrui la sottomissione al tempo che mi domina.
- tutti parlano male delle chat.
Ha sempre affermato che odiava la consapevolezza, la ricerca della consapevolezza, anche nelle forme più banali.
Si tira su con i gomiti, l’uomo con la barba, e fissa qualcosa in basso. La testa sporge e non capisco se stia guardando la strada o la facciata del palazzo in cui abito. Sono tentato, ed è una tentazione vera e fisica, di estrarre di nuovo il telefono, e vedere da qui dentro, allineare ciò che vedo là fuori con l’immagine che ne scaturirà sullo schermo affinché coincida con l’idea che mi sono fatto di lui.
Vedevo la presenza del mio amico nei messaggi e nei tentativi di organizzare la cena. La vedevo accanto alla Storia di quel meccanico siberiano che un giorno ha postato una foto di lui e dei figli dentro una specie di yurta che aveva sul fondo delle curiose aperture. L’immagine rappresentava un qualche interno claustrofobico: stavano tutti accucciati sulle gambe, incobolditi e concentrati, e lui e i suoi quattro figli fissavano speranzosi i fori circolari che, dopo qualche istante, ho intuito avevano scavato nel ghiaccio. Il meccanico aveva montato la tenda su un lago ghiacciato, e vedevo il rocchetto e la lenza che scivolava dentro ciascun foro. Io vedevo, e tutti loro vedevano, l’acqua nel ghiaccio nera e piatta. Ciascuno sentiva la tensione del filo da pesca con due dita.
Vedevo questa Storia accanto a quella di una hostess di Porto Rico che aveva appena pubblicato la foto della bara della madre. E quella di un’altra hostess brasiliana che aveva ritratto se stessa in un vecchio selfie accanto a Bolsonaro: meu presidente eterno. L’avevano appena arrestato.
Vedevo i messaggi nella chat e vedevo i messaggi del mio amico.
Stende i panni. Lo faceva anche durante il Covid, indossava la mascherina che aveva una macchia di caffè all’altezza della bocca. Adesso stende i panni e gira in tondo. Mi sono convinto che non possegga davvero lo smartphone. Se non deve completare gli anelli, suppongo stia lassù per ragioni profonde, folli e misteriose, nascoste dalle grandi lenzuola bianche. Mi rimetto a scrivere senza convinzione.
Durante quell’ultima cena, cui era presente anche il mio amico, eravamo tutti contenti. Finalmente la forza centrifuga delle cose da fare s’era allentata ed eravamo tutti seduti uno accanto all’altro.
- la contentezza assume in fretta i connotati della mitopoiesi.
Srotolavamo il gomitolo della storia comune, lo arricchivamo degli eventi maggiori e di quelli minori, di alcune storielle laterali, e tutti insieme cantavamo il mito dell’amicizia, dimentichi del fatto che il tempo sia stato inventato solo per ingannarci. Il mio amico si allisciava i baffi e nonostante il suo essere caustico, rievocava certe cose, campeggi, un muro che avevamo edificato nottetempo davanti al portone della scuola, ricordava con dovizia di particolari, guardando titubante il vino rosso nel bicchiere. Un altro, l’amato custode dell’esatta memoria delle cose, glossava, correggeva, puntualizzava.
- una continua opera di fissazione.
Ogni mito nasce da una tradizione orale che perde le proprie origini nell’abisso del tempo.
Mi sorprende che l’uomo con la barba, una barba grigia e lunga, anche i capelli sono lunghi, sempre alla Messner, abbia gli occhi verdi. Me ne accorgo, in maniera del tutto casuale al supermercato. Lo scopro in fila dietro di me, all’improvviso, mentre carico il nastro.
I ruoli paiono all’improvviso invertiti o forse è proprio lui che ha modificato le parti per rispettare un copione a me oscuro, e ora rintuzza i miei pedinamenti: mi ha seguito, me lo ritrovo alle costole e a pochi centimetri dalla cassa. Lo vedo che dapprima si sporge, come fa sul terrazzo, e fissa protervo le cose nel mio carrello quasi a voler controllare la regolarità della spesa e poi mi fissa. Non sono pronto. Lo sento alle spalle, troppo vicino.
Per prendere tempo, rimetto a posto la confezione delle mentine, come colto da un improvviso e assurdo senso di colpa. Dopodiché per distrarmi fisso a mia volta le unghie rosse della cassiera con l’arzigogolo di brillantini che le impreziosisce, e lascio che il suono ritmato del lettore dei codici a barre soffochi l’angoscia della presenza dell’uomo con la barba a due passi da me. Finalmente le unghie rosso scuro della giovane donna hanno ragione della preoccupazione, e trasfiguro il movimento delle sue mani e vedo la sinfonia planetaria di tutti i codici a barre che si ascolta in tutti i supermercati del mondo, un’armonia identica a se stessa e inesausta di questi suoni che un orecchio attento e bisognoso di calma e distrazione raccoglie a ogni latitudine e a ogni ora e minuto; un’opera uguale nel tono che, alle mie orecchie, silenzia un’altra sinfonia parimenti globale e che possiede note simili e simile ritmo e diffusione, le semicrome dei monitor cardiaci nelle corsie d’ospedale che pure dispone di un potere placante.
Ciascuna cena s’apre col conteggio, ha bisogno del conteggio, che misurando accorcia la distanza tra cena e cena col solo dirselo.
- l’ultima volta è stata quattro mesi fa.
Parla dell’ultima volta in cui ci siamo visti. Ci si vede a cena. Soltanto a cena.
- non esistono altre condizioni d’esercizio dell’amicizia.
Ma c’era Natale di mezzo. A Natale, da qualche anno, vige la sospensione. Niente cene. Eppure da ragazzi ci si vedeva proprio il giorno di Natale, si faceva la cena degli avanzi. Ora non c’è tempo per gli avanzi.
- non c’è più tempo.
Siamo presi da troppe cose, siamo sotto pressione. Eravamo felici attorno al tavolo quella sera: quanto eravamo felici. Dopo aver contato nella chat le settimane e i mesi in cui non ci siamo visti, dopo aver trascorso giornate a decidere dove e come e quando, abbiamo, in fretta e a turno, sbrigato il cosiddetto recupero delle informazioni correnti.
- chiamala la vita, su.
Tutto bene io, io tutto bene.
Come nei giri di autopresentazione che impongono nei corsi di formazione che mi hanno costretto a fare al lavoro.
Esco in fretta dal supermercato, l’armonia sonora dei codici a barre mi ha rilassato parzialmente. Mi nascondo dentro la Upim, fingo di dedicarmi ad altre cose che potrebbero finire in un altro carrello. Esce anche lui, con un passo da montagna. e una sola busta in mano. Lo seguo di nuovo, a distanza di sicurezza stavolta, lo vedo che risale la strada di casa, molleggiando e accorciando la falcata, infine arriva all’angolo e guarda in su, verso il mio palazzo: un colpo d’occhio veloce, fa un nodo alla busta della spesa ed entra nel suo portone.
- fai caso alla gente che alla domanda come stai, non aggiunge mai un … e tu?
Il solito elenco: affaticato ma tutto bene; furioso ma tutto bene.
Per la verità c’era la questione del Lansoprazolo: volevo capire se andasse preso al mattino o prima dei pasti, cercavo consigli. Divorziato ma tutto bene. Un paio sono esperti di Rivotril e dunque non sapevano come aiutarmi con gli inibitori anti reflusso.
- abbiamo scolato otto bottiglie di rosso in sei.
Purtroppo il recupero del passato quella volta era andato male e non per le mie questioni di reflusso. Il riassunto delle cosiddette informazioni correnti aveva monopolizzato quasi l’intera cena: uno di noi ha avuto bisogno di spiegare i casini che ha sul lavoro. La pressione, il peso, troppe cose, ha detto più volte troppe cose, i litigi coi capi. Maledetti capi, scuoteva la testa aggiungendo che li avrebbe volentieri ghigliottinati. Nonostante fosse venerdì sera, voltava lo smartphone e lo controllava mentre parlava. Fingendo compassione, noialtri abbiamo sfruttato quel momento per controllare il telefono a nostra volta, qualcuno ha reagito a un’ultima condivisione nel gruppo che non aveva fatto in tempo a commentare.
Risate.
A un certo punto l’abbiamo commentata tutti, qui dentro, nella chat, l’ultima condivisione, e pure lì fuori, nel ristorante. Per fortuna abbiamo distratto il nostro amico dai casini del lavoro. Ha chiuso le mail dei capi e ha messo un emoji pure lui.
Che voglia di vederci che avevamo.
Sollevo la testa dallo schermo e lo vedo che prende il sole. Immobile, poggiato alla parete del vano ascensore. Una novità. Sembra pacato. Ho concluso che non ha paura di camminare in mezzo agli altri, per le strade del quartiere. Dopo che l’ho pedinato e che me lo sono trovato dietro al supermercato, è capitato che l’abbia di nuovo incrociato, sempre con il suo passo alla Buñuel, un passo deciso, al limite del proditorio. Come non so cosa veda, così non so dove vada.
A un certo punto nella chat è comparso il silenzio. Erano passati giorni, forse settimane dall’ultima volta che ci eravamo visti, alla cena del Lansoprazolo. Nessuno scriveva. Neppure un link, un commento sull’ennesima guerra. Siamo presi, affaticati, stanchi, arrabbiati, divorziati, licenziati. Ho pensato fosse un momento.
- ti sarebbe piaciuta una fase di stanca, per così dire. Tipo eccezione: il silenzio come una torsione applicata dall’attenzione al tempo.
Avevo provocato, lanciato sassi. Attivato quel meccanismo di risposta automatica con l’invito alla fuga di cui tutti siamo vittime: la solita isola greca, il sud, la montagna. Velleità banali e seducenti che avrebbero dovuto raffreddare l’ustione del silenzio.
Siamo una decina nella chat. Pure altri avevano sollecitato, interrotto un mutismo che poteva farsi imbarazzante, addirittura ridicolo. Una chat con almeno dieci persone, perdonate la metafora incongrua, è come il regno di Carlo V: non vi tramonta mai il sole. Alcuni sono nottambuli, altri insonni, altri ancora si alzano a orari innaturali, e allora ci diamo il cambio: io mi sveglio prima dell’alba per fotografare l’aurora e mando messaggi alle cinque; altri appaiono alle tre di notte, magari hanno appena staccato dal lavoro oppure i sonniferi non hanno funzionato.
Sentivo il senso di condanna di quel silenzio e non me ne spiegavo la ragione: c’è sempre qualcosa da dire, qui dentro.
Ora guarda in basso. Sta proprio guardando il mio palazzo, non è la strada.
Impiccione, penso.
Pure io amo guardare. Ma guardare un altro che guarda fa mettere in dubbio il tuo di voyeurismo. L’efficacia, voglio dire. Lui, le braccia conserte, guardava di sotto, mentre io al riparo dalla finestra senza tende, guardavo lui contando sul riflesso del sole che avrebbe dovuto nascondermi. Certo se fosse cambiata la luce, una nuvola magari, avrebbe potuto sollevare lo sguardo e incrociare il mio.
In una chat puoi vedere anche il silenzio. Ne vedi gli effetti e ne consideri le cause. Costruisci ipotesi.
- non sei abituato.
Il corpo della chat trasmetteva sintomi che ictu oculi riconducevo a un qualche disturbo. A una patologia rara del rumore e delle voci. L’area della conversazione pareva vuota, come se non avessimo mai parlato, come se il gruppo fosse stato appena creato e mancasse addirittura l’immagine, la descrizione, i membri, l’amministratore. In realtà conservava le tracce delle parole scambiate in un passato remoto e srotolato qui dentro. Un’assenza di reazioni che evidenziava a tutti gli effetti un caso clinico. Avevo addirittura riattivato le notifiche per paura di perdermi qualcosa. Cercavo in quel silenzio visibile un sintomo e speravo in una diagnosi precisa.
Adesso compare una ragazza: l’uomo con la barba si è nascosto dietro le lenzuola. Ha i capelli ricci lei, indossa gli occhiali e ha poggiato un computer portatile su uno spigolo. Sta facendo una videochiamata e lui sembra voglia spiarla. Non c’è nulla di romantico, niente della celebre scena di una giornata particolare. C’è dell’altro che tuttavia non colgo: mi alzo dal tavolo, chiudo il portatile e apro la finestra. Se vuole guardare lei, allora che veda me che lo guardo guardare la ragazza, la quale non s’è accorta di nulla, parla alla fotocamera del suo di portatile.
Alla fine era solo il suo di silenzio che mi preoccupava, non quello degli altri. Non incontravo il mio amico da un pezzo e non mi ero dunque accorto che stesse, come si dice, sprofondando nella depressione. Capita che non ci si veda per molto tempo, capita con chiunque e abbiamo concluso, tutti, che mandarsi dei messaggi equivalga a darsi una carezza, un ceffone, una frustata.
- è successo di nuovo.
Così aveva risposto al mio invito a vederci e io, tanto per cambiare, non capivo.
Se l’avessi incontrato avrei riconosciuto dei sintomi? Avrei notato una piega della bocca? La postura del corpo, magari? Avrei ascoltato, oltreché visto, nelle sue parole e nel suo tono di voce un procedere verso il basso, il famoso sprofondare, un’accelerazione della forza di gravità psichica che periodicamente lo schiaccia?
La ragazza ha chiuso il computer. L’uomo con la barba è sempre semi nascosto dal bianco delle lenzuola che pendono immobili in assenza di vento. Ogni tanto infila la testa e punta gli occhi verdi che avevo scoperto al supermercato sulla giovane donna. Lei sembra soddisfatta, addirittura felice, scatta un paio di foto ai tetti e alle antenne, le manda a qualcuno, poi fa un’altra videochiamata e all’improvviso se ne va. Lui si libera delle lenzuola con rabbia, si avvicina rapido al parapetto e si sporge. Sembra furioso. Mi domando cosa ci sia di così interessante nel mio palazzo da metterlo in questo stato.
- siccome vediamo per collimazione…
e poi si era fermato, lasciando in sospeso la conclusione. Siccome vediamo per collimazione, questa la sua risposta alla mia richiesta di incontrarci, addirittura non a cena. Che voleva dire? Mi rendo conto che gli avevo proposto una soluzione eccezionale: incontrarsi fuori dalle cene costituisce davvero qualcosa che esula dalla norma. Non aveva risposto.
Gli unici elementi cui potevo aggrapparmi erano la depressione e l’articolo in cui mi accusava di non leggere, di non guardare, ma di limitarmi a vedere le cose. E forse, capisco adesso, a vedere le persone. Non dovevo sentirmi in colpa, mi ero detto. Sull’incontrarci alla fine avevo lasciato perdere. So che quando sprofonda vuole stare a casa, sul letto, a leggere se ne ha la forza. Ed è l’unica attività che si concede, mentre evita di scrivere.
- sarebbe una scrittura inquinata.
L’avevo sfidato a spiegarsi, visto che citava sempre la stessa frase di Roth: scrivere è sbagliare perché sbagliare è vivere. E quindi? Così gli avevo chiesto.
- qui dentro non è né scrivere, né vivere.
Sento che la mia capacità di vedere adesso è limitata e in certi campi registra un limite assoluto, per così dire. Forse, penso adesso mentre lo scrivo, mi sto giustificando. Alcune di queste considerazioni le faccio mentre seguo l’uomo con la barba che si sbriga e scende. Mi sporgo io ora, lo vedo che attraversa la strada e viene verso il mio palazzo. Viene qui. Mi ha visto.
È molto alto il mio amico, veste con eleganza, a volte indossa un cappello d’altri tempi. Ha lunghi baffi arrotolati, sembra un personaggio di un romanzo di Pirandello visto a teatro. Era uno di quelli che ci aveva provato. Che aveva provato a risaltare, a farsi notare, come tutti, come sempre, aveva provato non tanto a scrivere quanto, suppongo, a vedere le cose in maniera differente, oltraggiosa, aveva aggiunto una volta esagerando.
La scuola di danza al primo piano. Maledetto. Capisco cosa vuole guardare. Le ballerine alla sbarra, gli esercizi. Il suo sguardo si appuntava su di loro. Senza telefono né fotocamera, uno sguardo crudo, scabro. Vedeva a quel modo, un modo predatorio, i corpi, le gambe, i muscoli, i movimenti delle ragazze nel salone della scuola di danza.
- non sentirti in colpa, non avresti riconosciuto nulla, non avresti notato nulla di eccezionale.
Parlava del suo stato, credo. Conosco la sua precisione. Avrei potuto non accorgermi delle sue condizioni, non vedere, ma avrei dovuto leggere il suo articolo, non limitarmi a vederlo. Qui sì, il senso di colpa poteva destarsi.
“Sono io”, dice al citofono che sollevo dopo averne sentito il suono. Mi spaventa. Ce l’ha con me, mi ha riconosciuto.
Nella cornetta, subito dopo il “sono io”, però sento altre voci, altri inquilini del palazzo che dicono: no, niente pubblicità, la lasci nella cassetta delle lettere, non mi interessa. Poi smettono tutti di parlare e lui ripete: sono io, lo sai che sono io.
Fate silenzio, intima alle voci che affollano la cornetta del mio citofono. Aprimi, dice e qualcuno - non io - apre il portone, mentre altri si ribellano, timorosi di ladri, di venditori di cose e mendicanti, di mettitori di pubblicità nelle cassette e diffusori di lotte comuniste. Metto le scarpe e in tuta scendo giù, sperando di incontrarlo. Nell’androne non vedo nessuno, al citofono idem.
Era svanito.
Ha scritto un paio di volte a me. Non agli altri. La questione, a suo dire, era rendersi invisibile. Non voleva più avere a che fare con noi. Spiegava che aveva chiuso il contratto d’affitto. Ed era partito.
Non la Grecia né la Liguria, dove aveva immaginato in altre fasi della vita di fuggire. Aveva scelto un piccolo paese spopolato della Germania Est. Noioso e depresso, dove la gente votava in massa i nazisti. Voleva guardare in faccia i figli esatti di questo modo di vedere, così aveva spiegato. In realtà mi aveva scritto per dirmi di non cercarlo, di non insistere e di leggere l’ultimo articolo. Da quel momento non ho più avuto sue notizie.
Sentivo di non avere scelta. Mi ero allora precipitato verso il portone del suo palazzo ed ero salito sul terrazzo, correndo per le scale; una volta su, col fiatone e le mani sulle ginocchia, avevo finalmente guadagnato la sua prospettiva e ora le larghe finestre della scuola di danza, illuminate dal sole declinante, mostravano attraverso un riflesso la scena in tutta la sua chiarezza. Il grande specchio abituato a restituire la ricerca di una resa formale perfetta nei movimenti e nel corpo, mi riconsegnava il salone deserto. La moquette rossa, la sbarra e poco altro. Vedevo allo stesso modo in cui lui aveva guardato da lassù per tutto il tempo, e vedevo attraverso una sponda: stavo spiando la scuola dalla sua esatta posizione, con i gomiti tirati sul davanzale, la testa oltre il parapetto, e delle ragazze, le famose ballerine, non v’era traccia.
Ma lui era entrato lì dentro, e non era solo.
Nell’ultimo articolo parlava di un uomo con la barba e accennava in maniera confusa al vedere per collimazione. A me sembrava un concetto astruso, come a volte gli capitava. Finiva spesso violentato da un desiderio di generalizzazione che sfioriva in un’astrattezza faticosa agli occhi del cosiddetto lettore. E tuttavia, forse, avrei dovuto cogliere qualcosa. Sosteneva che senza punti di riferimento non siamo più in grado di allineare le cose che stanno fuori con ciò che appare qui dentro. Ammetteva di non sapere più quale fosse l’origine o la storia di un’immagine qualsiasi, origine e storia che apparivano tanto chiare alla mente di Federico Zeri, antecedenti forse, così il mio amico, alla sua stessa memoria.
Vedevo lui e una donna sconosciuta, e l’uomo con la barba stava in ginocchio. Supplicante, felice o disperato, non saprei dire. Le mani giunte, in una posa assurda, teatrale e severa, si rivolgeva a lei; e la donna, di un’età indefinibile, avrebbe potuto essere una ballerina russa scappata all’alba della rivoluzione, lo ascoltava immobile.
Una crocchia ne raccoglieva i capelli in maniera impeccabile, indossava un maglione d’angora, teneva le gambe unite e le braccia distese lungo il corpo, i piedi appena divaricati in una posizione assunta tanto tempo fa e con disciplina. Lo fissava senza muovere un solo muscolo, e non riuscivo a cogliere l’espressione né dell’uno né dell’altra, né il senso o l’origine di quel dialogo. Che stessero parlando era certo. E che fosse lui a mendicare attenzione, appariva evidente, stava in ginocchio, e in quella posizione si prega o ci si aspetta di essere puniti.
Avrebbe potuto essere una moglie o una figlia ritrovata, addirittura la madre o una donna perduta anni prima.
Non l’avrebbe mai saputo. Non avrebbe mai capito cos’era accaduto nel salone della scuola di danza. E non so dire perché questa cosa l’abbia tanto turbato. Aveva preparato le cose per bene ed era scappato. Sei pazzo gli avevo scritto. Il messaggio aveva galleggiato a lungo nella nostra chat, la mia e la sua. Un altro silenzio, ostativo, che mi aveva infastidito.
La questione, forse, risiedeva tutta nella distanza. Adesso da lì, guardavo l’uomo con la barba guardare lei, e io guardavo entrambi attraverso uno specchio che pareva gigantesco.
Non ho potuto far altro che tirare fuori il telefono e registrare un video. Da lassù non esisteva amore né supplizio, né mani che carezzano il viso, a ogni costo dovevo vedere se i suoi occhi verdi esprimessero ardore, se una qualche forma di perdono fosse stata dispensata.
Senza punti di riferimento non siamo più in grado di allineare le cose che stanno fuori con ciò che appare qui dentro e io non avrei mai raggiunto il suo punto di vista, sulle cose intendo dire. Non qui almeno.
È passato poco tempo e adesso nella nostra chat, mentre discutiamo della prossima cena, compare una notifica di un evento di sistema, la quale certifica che lui - fin qui uno di noi - ha abbandonato la chat.
Apprezzo il grigio chiaro della scritta, la centratura della frase collocata in basso e il font discreto e l’assenza della bolla che rappresenta la cosiddetta conversazione.
Mentre valuto tutto ciò, compare il sondaggio per la data che retrocede immediatamente la notifica di sistema.
Uno vota e subito commenta l’assenza definitiva del nostro amico con un emoji che ride, non prende sul serio l’abbandono della chat. Poi esce.
Un altro vota e pubblica una foto in cui ci siamo tutti. Dopodiché aggiunge: aspettate, aspettate un attimo, come se ci trovassimo tutti lì sincronicamente e comodamente attorno al tavolo di un ristorante, laddove l’applicazione certifica in maniera inequivocabile che siamo in due: utenti online 2.
Passa un minuto e ripubblica la stessa foto manipolata con l’AI. Al posto del mio amico c’è un buco.



