TROPPE COSE
Ventiquattr'ore
23.59
Steso sul fianco apre il telefono e inserisce il blocco rotazione. Sceglie di dormire, sempre che di scelta possa trattarsi. Un’autoimposizione fragilissima.
Supero la cronica indecisione che avvolge i fatti minimi della vita.
Sul comodino il flacone con le pasticche di melatonina e accanto il contenitore delle benzo. Indeciso tra leggere due pagine del libro, anche tre, oppure lasciarsi cullare dai Reel. Ultimamente vede molti video sui fuoristrada e su rese dei conti tra narcos messicani, ne vede sulla tecnologia e anche sulla corsa: tecnica, motivazione, scarpe. E poi i tentativi dell’algoritmo che lui interpreta come errori: tante Storie che non gli interessano.
Leggo domani. Scelta figlia di vari meme sul procrastinare. Ora ho bisogno di rilassarmi.
Disattiva le notifiche di whatsapp, il bluetooth per lo smartwoatch. Mantiene alto il volume della suoneria. Mette la sveglia e, prima di poggiare il telefono, prega d’addormentarsi subito.
Fa che rimangano lì, in una posizione nascosta della mia mente, ti supplico. Fa che rimangano imbavagliate, legate, bendate.
Supplica il cervello che considera altro da sé.
Non devo pensare alle cose che devo fare, alle cose che devo fare domani, che devo fare tra poche ore. Fa che i pensieri delle cose che devo fare non si installino in maniera destabilizzante.
Supplica il cervello affinché glieli nasconda quei pensieri.
Almeno di notte.
Queste frasi sulle cose da fare rappresentano una vera preghiera. Le mormora, le recita borbottando e le ripete.
Fa che i pensieri…
Interrompe quel rosario, si ricorda che deve rispondere a Nicola: la sua mail sta lì da un pezzo, verrà a chiedere anche lui la sua libbra di carne. Si chiede se basterà una preghiera per addormentarsi.
00.59
Dorme
01.59
Dorme. Il telefono comunque vibra e suona. Riesce a dormire.
02.59
Più volte il telefono vibra e s’illumina. Non ha disattivato la maggior parte delle notifiche. Riesce a dormire
03.59
Si sveglia, prende il telefono e controlla l’ora. Va in bagno. Torna a letto. Prova a ingannarsi, a convincersi del sonno. E tuttavia gli occhi adesso rimangono spalancati.
La solita infinita catena di pensieri in agguato.
Prega il solito cervello di farlo addormentare subito. Chiude gli occhi più volte e altrettante li riapre sulla parete che dovrebbe essere bianca. Ma il riflesso azzurrino dello schermo, nonostante lo smartphone sia bloccato e poggiato sul comodino, lo disturba. Allora lo volta.
La riunione e la mail. Potrei usare un quaderno.
Prende il telefono apre il Kindle, due pagine di un saggio. Sa che hanno maggior potere narcotico dei Reel. Due pagine, non di più. Pagine, righe, frasi che escludono il picco dopaminico, sola, vera, misurabile unità di senso. Legge: si chiudono gli occhi, insiste a tenerli aperti sperando di farsi sconfiggere e crollare.
L’ultima volta che ho appuntato le cose da fare sul quaderno ho resistito due misere settimane.
Deve rispondere alle mail, ai messaggi.
A quella mail. Troppe cose.
Definisci ansia, chiede a Gemini.
Quand’è cominciata questa cosa?
Sa di essere uno dei milioni di umani che interroga l’intelligenza artificiale, e sa che non c’è nulla di originale in questo comportamento: a centinaia di migliaia sperano in una qualche piccola serenata notturna che dagli strati profondi delle reti neurali risalga e li culli, li stordisca e li addormenti.
04.59
Ancora sveglio. Ha mollato il Kindle, non prima di aver scaricato un altro romanzo. Si manda due vocali su whatsapp per prendere appunti con se stesso: l’insonnia come manifestazione di una vita dominata dall’eterno presente, e poi aggiunge: l’insonnia come parentesi. Scarta l’ipotesi di prendere una benzo a quest’ora.
Troppo tardi e troppo presto.
Dice a se stesso correggendosi: non è vero che è solo eterno presente. Ora ricorda.
Un tempo pregavo il cervello affinché mi concedesse in sogno avventure con donne irreprensibili. L’inconscio fantasticava meglio e con maggiore libertà, soprattutto nella resa formale, di quanto non facesse il mio conscio.
Adesso prega l’inconscio, sebbene si rivolga al cervello, di proteggerlo da un elenco infinito di mail, dal grassetto delle mail non lette che lo assedia anche a quest’ora.
05.59
Dorme. Ha preso sonno da mezz’ora.
06.59
Ha spento la sveglia delle 06.30 e quella delle 06.45. Alle 7 si tira su. Sul telefono appaiono una quindicina di notifiche e non ne registra mentalmente neanche una. Ogni notte in cui non riesce a dormire, la giornata degrada in una sequenza faticosa e indistinta delle cose da fare, non riesce a ricordarne nessuna in questo momento. Consulta in continuazione il calendario dell’iPhone. Tra l’altro vorrebbe, anzi dovrebbe, andare a correre.
Devo, devo.
Cinque allenamenti a settimana: il numero di chilometri, le ripetute, le zone, le andature, gli scatti, le salite. Alle cose da fare aggiunge anche la corsa. Se dormi poco, guarda che i risultati non arrivano, così gli ha detto l’allenatore, conta la qualità e il tempo del recupero.
Tutte le mattine sfoglio le statistiche del sonno come certi vecchi fanno coi gratta e vinci. Che ansia.
07.59
Cammina per casa senza energie. Fa la sacca per la corsa prima della doccia. Apre il telefono a causa di una vibrazione: ha percepito una scossa qualche istante prima che il motore aptico dello smartphone si attivi davvero.
Non servono le orecchie, la pelle, l’intero corpo. Sindrome della vibrazione fantasma la chiamano e ce l’hai dentro.
Nuove mail, nuove richieste.
Sembra abbiano vita propria. Una forma di telepatia afona, interrompono i pensieri senza dirmi nulla.
Si stravacca sul divano: è già tardi. Ha bisogno di qualche Reel per poter andare avanti. Soltanto dieci minuti. Le vendette dei narcos: vede omicidi fino all’istante che precede la morte.
É l’algoritmo che censura l’esecuzione, io andrei avanti.
Poi giganteschi fuoristrada che vengono lanciati a tutta velocità in piste fangose, li vede che si impantanano e poi ne escono dopo una serie di manovre e tentativi tra gli applausi del pubblico. Trascorre mezz’ora e più e non pensa per tutto quel tempo, l’ansia adesso è svanita.
Compare una sensazione differente prima di vuoto e poi di impellenza. La definizione esatta di perdita di tempo. Anzi, no: la condizione esatta di perdita di tempo. Quando verrà il momento, iddiopadre mi chiederà conto di tutte queste ore perdute. Un tempo trascorso che non potrò giustificare. Tantomeno ne avrò memoria compiuta. Giusto qualche immagine sfrangiata. Quando sarà il momento, e se non incontrerò iddiopadre, lo domanderò a me stesso. Ogni tanto faccio i miei conti, moltiplico per 7 il limite giornaliero di utilizzo dell’applicazione che ho fissato a 45 minuti e che supero quotidianamente, poi lo moltiplico per 4 settimane e per 12 mesi.
Vorrebbe giustificarsi. Avendone scartati molti, torna ad argomenti banali, tipo lavoro, stanchezza fisica e mentale, figli, necessità di staccare la mente, luoghi comuni e idee ricevute. Troppe cose, ripete. L’unico argomento che sempre lo convince è la dopamina.
Dai è solo mezz’ora, lo fanno tutti.
08.59
In macchina sente un podcast in inglese che gli serve per migliorare l’ascolto della lingua straniera.
Mai un minuto di riposo per occhi e orecchie. Alle volte avverto i sintomi di un’otalgia. Quel dolore che si irradia fino ai denti, alla mascella, al collo.
Finisce il podcast. In macchina calcola 45 minuti per andare al lavoro che tende a riempire di audio, telefonate e mail o messaggi dettati.
Sarebbe bello adesso non fare proprio nulla, a parte guidare. Guido e guardo il Raccordo Anulare, guardo le macchine in coda, le persone nell’abitacolo che telefonano o ascoltano anche loro qualcosa. Ho deciso che oggi non telefono a nessuno. Neanche leggo le mail, né ascolto un altro podcast.
Qualcuno chiama. Dovrebbe rispondere.
Uno cui avevo promesso, “a ogni costo”, una risposta.
Il tipo gli aveva scritto una mail che cominciava così: non riuscendo mai ad incrociarti neanche telefonicamente ti scrivo, che altro? Condanna il gerundio in apertura della mail, un tempo implicito, l’utilizzo del “mai” addirittura, tipo un corpo contundente nelle mani di un passivo aggressivo tra i tanti.
Perché dovrei rispondergli?
Finge di non aver visto né sentito la notifica, riscriverà. Insisterà, come sempre, come tutti.
Un altro podcast. Saturo minuti e chilometri necessari ad arrivare al posto di lavoro, riempio tempo e spazio.
Arriva in ufficio. Subito lo scaraventano in una riunione in presenza. Non l’aveva dimenticato e non è in ritardo, sei puntualissimo, gli dicono, eppure sente di esserlo, in ritardo, costantemente.
09.59
Durante la riunione attiva quello che definisce ascolto frazionato.
Nulla a che vedere con l’attenzione fluttuante di cui parlava Freud, magari. Vorrei tanto saper dialogare con l’inconscio delle persone che seguo su Instagram. E invece devo difendermi dai pensieri e dalle notifiche.
Dalla pandemia, come tutti, ha sviluppato un’attitudine necessaria a spezzare i soggetti e i discorsi, i temi e i contesti. Comportamento di cui va molto fiero. Serve a dividerli tra qui dentro, dentro il telefono, e là fuori, come sta facendo ora nella sala riunioni.
Colgo pezzi di frase che attivano la mia piena attenzione per istanti o blocchi di trenta secondi. Se vengo chiamato in causa intervengo: il tempo per riordinare le idee è sempre troppo poco.
Il telefono vibra mentre sta parlando.
Non mi interrompo, guardo e capovolgo di nuovo lo schermo.
Mentre gli altri parlano, pensa all’Attenzione nelle reti neurali che pesa le singole parole, vettorializza il contesto senza capirlo, e che è alla base dei discorsi dell’AI. Lascia subito perdere, troppo complicato, e prova a concentrarsi su dettagli della fisionomia di chi ha di fronte: l’espressione del viso di un collega, il modo in cui altri due si preparano a reagire a una critica, come occupano lo spazio e aprono il telefono. Come parlano gli interessa molto meno.
Avverto tuttavia in loro il bisogno impellente di riconoscimento, all’esito di una lunga catena di antichi dolori. Mica è facile guardare le persone e basta.
Più in generale trova complicato fare sempre una e una sola cosa. Ascolta e sfoglia Storie e Reel: la guerra uno e la guerra due, le immagini crudelmente a fuoco dei volti dei bambini e quelle dei morti ammazzati, le ferite sfocate, la distruzione e le armi nella guerra uno e nella guerra due. Si rivolge all’algoritmo vasto e remoto, prega anch’esso affinché ricordi le sue preferenze.
C’è troppo io in circolazione, per questo mi affido ai Reel dei fuoristrada, alle vendette dei narcos.
Finisce la riunione, va nella sua stanza. Apre il portatile, l’elenco delle mail s’è allungato, quello delle notifiche di whatsapp pure. Riceve due telefonate, una della madre: importante. Si concentra più del solito: bisogni primari, una questione di salute, visite mediche e referti.
Faccio io.
10.59
Va a prendere il caffè al bar sotto l’ufficio. Confida in una specie di miracolo che lo liberi dalle cose da fare, che si risolvano da sé. Una grazia che cancelli le notifiche, le mail. Il telefono però vibra e suona. Legge senza leggere dieci messaggi: nessuna cosa da fare. Prende fiato.
Restano intatte le altre. L’ipertrofia comunicativa che attanaglia il genere umano è un’escrescenza irriducibile: che avremo mai da dirci sempre, tutti.
Rimette il telefono in tasca.
Non salvo vite, e neanche prevedo un giorno in cui magicamente le mail da leggere si esauriranno, cesseranno di arrivare. Un giorno in cui aprirò il client di posta e leggerò: nessun nuovo messaggio, per ore, giorni e settimane e per gli anni a venire.
Pensa al grassetto e al senso di sopraffazione che deriva da un banale espediente di formattazione. L’esperienza utente come una gabbia.
Vede il barista davanti alla macchina del caffè cui hanno dato un aiutante che ripete gli ordini dei clienti, e fa sintesi delle comande recenti senza requie. Sequenze infinite di caffè e cappuccini per l’eternità. L’aiutante scandisce i tempi a voce, come un celeuste sul tamburo nelle triremi romane.
Apre il telefono e lo richiude. Non sa perché l’abbia attivato.
Ancora le notifiche interiori.
11.59
Torna in ufficio perché tra un minuto deve partecipare a una videocall, di nuovo l’ascolto frazionato. Che dispensa a ciò che dicono lì dentro, su Teams, a quanto accade nel browser e pure nel telefono che vibra indifferente alle contingenze di fuori. Le persone che entrano nella sua stanza non gli dicono niente. Poi arriva uno quasi calvo, un po’ sovrappeso. Pantaloni blu, maglione blu e camicia celeste, e che appare inespressivo finché ha tempo di guardarsi attorno.
Uno grosso. Mi vede, e il suo volto muta improvvisamente e si carica d’energia.
Solleva le mani a salutarlo, gli lancia un’occhiata, sorride prima e poi annuisce da sé a fronte di interrogativi inesistenti.
Sa bene che sto facendo una videocall, butta un occhio al monitor, vede le cuffie. Se ne frega. Tornerà tra poco, come le notifiche, a pretendere attenzione. Mi ha fatto un cenno preciso che possiede il carattere di ciò che è ineludibile.
Non può scappare, deve inesorabilmente proseguire nella call e poi arrendersi al tipo grosso.
Lo sa lui e lo so io. Vorrei che il grande capo fosse qui. Vorrei chiedere a lui ogni cosa. Risolvi tu i problemi, non eluderli e risparmiami.
Interpreta il cenno come l’esecuzione differita di una pena. Prima o poi ti prendo, aggravata da una voce interiore di condanna che ripete da anni: hai voluto la bicicletta? Era solo lavoro, in fondo. Un posto di lavoro come un altro, un’azienda come un’altra. L’ambizione che dispiega effetti a rilascio prolungato. Anni non mesi.
Quando avevo fatto quel colloquio le condizioni erano differenti. Fuori e dentro, qui dentro. Sono passati molti anni e magari ricordo male. Finalmente chiudo la videocall.
Apre il telefono, un messaggio nella chat figli che brilla. Risponde subito: faccio io la spesa. Poi una telefonata cui oppone l’sms preimpostato: posso richiamare più tardi? Seguono altre due telefonate brevi.
Tra cinque minuti comincia una riunione che si terrà nel corridoio, come predicava un consulente che ha ascoltato durante un corso di formazione. Era un teorico delle riunioni in piedi: si dicono solo le cose essenziali, si censura la liturgia, si va dritti alla soluzione. La fretta come emblema e stimolo per l’efficienza. Qualcuno ne avrà scritto su LinkedIn. Così però non apre il telefono, né dispensa l’ascolto frazionato. Interpreta la riunione in piedi come una forma di costrizione.
Sbrighiamoci che ho da fare.
12.59
Prende la borsa. Accende il motorino. Il telefono vibra e lui dà subito un’occhiata, scuote la testa. Il motorino rimane acceso. Detta una risposta a un messaggio. Non è convinto. Chi se ne importa.
Infila le cuffie e parte, mentre svicola nel traffico chiede aiuto a Gemini.
Ho bisogno di vacanze: affaticamento del bulbo oculare e stress del padiglione auricolare. E molto altro.
Non ricorda cosa gli abbia detto la voce dell’AI né con quale tono. Arriva al campo e si cambia in fretta. Prima di chiudere il telefono nella sacca, butta un ultimo sguardo alle notifiche. Deve dettare un’ulteriore risposta, la precedente è risultata insufficiente. Si dice che quando torna deve rispondere, a ogni costo, al messaggio di Nicola. Sarebbe facile.
È facile. Però ci si è messo pure lui.
Deve inoltrare soltanto un paio di frasi: copia e incolla. In fondo non è lavoro.
Amico, amico, ma non capisce che questo è il momento di aspettare. Arriverà una risposta. Ma più tardi: adesso mi alleno.
Controlla i compiti della corsa sul messaggio che gli manda l’allenatore ogni lunedì.
Si chiamano lavori, il termine tecnico è proprio questo, lavori: 5 ripetute da 1000 metri, a ritmo gara. Aggiungi un paio di 400, purché siano brillanti.
Anche lui esige qualcosa da me, e lo pago. Come lo psicanalista.
Si scalda correndo lentamente lungo le corsie esterne della pista. È la fase in cui prova a decomprimere e a scacciare l’elenco delle cose da fare, il senso di costrizione scende.
Se potessi andrei avanti per ore. Vorrei tanto esperire una forma di eterno ritorno sul tartan, anelli su anelli fino a consumarmi.
Quando gira in pista non trova ostacoli, interruzioni, richieste, telefonate del capo, cose da fare. Così mentre corre svuota la testa, colpa della fatica fisica.
O merito della fatica fisica?
Pare indeciso. L’affanno, il battito cardiaco che sale e opprime, l’acido lattico indurisce le gambe, vorrebbe fermarsi e terminare l’allenamento.
Le contrazioni del diaframma. Se smetto di correre, vomito.
Insiste ma improvvisamente gli vibra il polso. Rallenta: una notifica sullo smartwatch lo avvisa che il ritmo che sta tenendo risulta inferiore a quello delle ultime sessioni di allenamento.
14.59
Seduto sulla panca.
Finisco di sudare.
Il telefono nella borsa vibra di nuovo. Non lo apre.
Non cambierebbe niente.
Resta seduto ancora un po’, con l’accappatoio e l’asciugamano attorno al collo: l’odore acre del sudore degli altri, una diffusa puzza di stallatico, di plastica bagnata. Guarda le unghie dei piedi di uno seduto di fronte, devastate dall’ultima maratona. Pensa a quei fortunati che guardano il telefono un paio di volte al giorno.
Una signora di una certa età mi ha detto che l’aveva dimenticato nel cassetto. Ho sentito veri filistei dire: scusami era spento. Il telefono non si spegne da solo. E comunque, laddove fosse, provo un’invidia che non riesco a nascondere. Ditemelo voi come fate a spegnere lo smartphone.
Si riveste, il telefono rimane chiuso nella tasca. Si dice che guarderà tutto una volta fuori dal perimetro del campo. Dagli spogliatoi al parcheggio sono 50 metri. Saluta, esce, sale sul motorino che accende senza partire. Brillano 19 notifiche di messaggi arrivati in poco più di un’ora e due chiamate in rosso.
La sola risposta a questi messaggi è l’esasperazione. Nicola non ha riscritto. Forse ha capito che tutto si somma. La sua stupida mail e le cose da fare. Troppe cose.
Infila lo smartphone tra casco e orecchio, si disinteressa delle 19 notifiche e comincia a telefonare, chiedendo a Siri di chiamare le persone.
Come infastidite dal fatto che io le abbia ignorate, arrivano nuove notifiche, e ciascuna produce una vibrazione profonda, cavernosa, che dal casco si diffonde a tutta la testa.
15.59
Arriva in ufficio e siede al suo tavolo, circondato da colleghi che vedono e ascoltano qualcuno qui dentro, sfogliano i social network e le mail, vari siti e applicazioni. Una lunga teoria di azioni che servono a quietare bisogni primari ineludibili, e da placare in fretta. La consegna dev’essere gratuita, deve avvenire entro 24 ore e senza frizioni, senza attriti, di modo che l’intervallo tra la comparsa del bisogno e la sua necessaria soddisfazione non incontri ostacoli: tre clic, recita il mantra. Mentre risponde a un messaggio ordina qualcosa, un oggetto, non ricorda, poi va ad aprire una finestra, infine accende un neon. Le scrivanie s’illuminano, scatole marroni ovunque.
La luce si sta abbassando e l’aria è viziata, umida. Tutta colpa delle ventole dei computer e dell’alitare dei colleghi.
Avverte un bisbiglio. Poi scarne, rare parole che escono dalle bocche di chi occupa questa stanza in cui siedono in dodici. Il solerte picchiare sulla tastiera di chi gli è di fronte lo irrita.
Mi provoca fastidio il rumore dei tasti quando tutto attorno dovrebbe essere silenzio.
Alcuni colleghi cominciano a parlare. Alzano il volume per sopraffare le voci altrui. Nessun soggetto normale riuscirebbe a comunicare in simili condizioni.
Uno sano di mente dovrebbe uscire dalla stanza, si vede che nessuno di noi lo è. In questo ufficio mancano i loculi tappezzati e insonorizzati. Non esco, voglio parlare seduto da qui, dal mio tavolo. Alzo la voce anche io. Più alzo la voce più disturbo le comunicazioni degli altri.
Fa un cenno allo stagista, abbassa, gli fa segno con la mano.
Parla piano.
Il ragazzo si mortifica. Agli altri non dice niente. Lascia correre e l’ufficio adesso sembra un call center.
16.59
A un certo punto il vociare s’acquieta. Risponde a qualche mail, poi riprende in mano un progetto che non riesce a chiudere da settimane. Il telefono vibra, si interrompe, lo volta e lo guarda: notifiche, mail. Lo rivolta di nuovo con lo schermo verso il tavolo.
Chiusa l’interruzione riprendo a scorrere le mail che affondano nel passato e che ipotecano il presente. Come se il tempo possa essere scandito dai compiti. Il futuro pure è predeterminato: riceverò altre mail prevedibili o inattese, non fa differenza. Mail su mail.
Altre due telefonate e mentre parla osserva con astio il grassetto di tre mail appena scaricate. Vago senso di oppressione poco sotto lo sterno, colpa della mail di Nicola, etichettata e stellinata pure se è contrassegnata come già letta.
Sono stanco. Dovrei spiegargli la pressione e il continuo lavorio di mail sempre più acuminate. Poi penso che non ce n’è bisogno. Le cose da fare qui dentro sono come l’aria e il cielo, come respirare e mangiare. Che devo spiegare?
Niente.
Ecco, appunto.
Subito dopo subisce una dozzina di notifiche che il telefono scarica tutte assieme, il polso vibra insieme al tavolo. Vede l’ultimo della newsletter di quello che disobbedisce.
Cosa rimarrà delle sue parole tra dieci anni? E tra venti? E delle parole di tutti noi qui dentro, nelle Storie e nei Reel? Dove ascolteremo mai la gigantesca eco delle cose che abbiamo letto, visto e sentito? Su quale conchiglia dovremo poggiare l’orecchio?
Cancella subito l’iscrizione alla newsletter Disobbedienze.
Pure se ero iscritto da un pezzo, non avevo mai tempo di leggere. Poi scrive cose troppo lunghe. Viviamo un tempo di gente che non ha mai tempo.
Il telefono squilla due volte. Apre X e poi Instagram senza una precisa ragione. Riprende in mano il documento e addirittura lo stampa. Oltre al tempo di utilizzo del telefono e delle singole applicazioni, oltre al conteggio delle attivazioni, vorrebbe che il sistema operativo misurasse le interruzioni, la loro durata, gli effetti che provocano.
Che parlasse dello scisma profondissimo che ne deriva.
Si sforza di scrivere, è molto complicato, ma insiste per altri quindici minuti. Poi cede e apre i Reel. Espira e dimentica. Li sfoglia per una mezz’ora.
17.59
Lascio il telefono sul tavolo come estremo atto eversivo.
Scende a fare una pausa caffè.
Mi parlano di non so cosa mentre giro lo zucchero nella tazzina. Vorrei solo conversazioni operative sulle cose da fare, da programmare, da correggere, sulle cose scadute e in scadenza. Così non dovrei ascoltare davvero.
Sfiora la tasca posteriore dei pantaloni e pensa al telefono abbandonato sul tavolo. Lo smartwatch adesso come un fossile.
Non riesco a descrivere le persone che ho di fronte. Conosco il loro modo di parlare e di vestirsi, i tic professionali e le idiosincrasie. So che hanno una vicenda personale, dei sentimenti verso qualcuno e verso di me, non tutti positivi.
Complicato attribuire emozioni positive a chi ti dice cosa fare.
Poi arriva il tipo al quale non avevo risposto perché stavo in call, il grosso. Arriva e subito chiede. Scusa se ti rubo un istante. Siede e assume un contegno meno energico di prima, sembra ipocritamente rispettoso della mia pausa. Al contrario, è implacabile. Pretende la sua precisa risposta a ogni costo. Si scusa di nuovo, ma intanto chiede un altro documento che doveva essere già pronto.
Sei inescusabile vorrebbe rispondere.
Oggi lotto contro oceani di non-essere, di disgusto, dormire, dormire.
18.59
L’ufficio è quasi vuoto. Dalla stanza del capo l’eco di una discussione. Evita di andare a chiedere aiuto. Apre Instagram, un paio di Reel e le Storie di persone che conosce. Torna alle mail e ne cancella almeno una decina. Sollievo. Poi però scorre col mouse e vede la fila di altri vecchi grassetti, le etichette e le stelline. Le mail importanti e speciali.
Importanti e addirittura speciali. Rispetto a cosa? Per chi speciali?
Questo è il momento di rispondere alla mail di Nicola. La apre, copia il contenuto da un documento. Sta per incollare ma arriva una telefonata. Vibra tutto: tavolo e polso. Un altro amico che ha bisogno di sfogarsi. Gli parla del lavoro, delle frustrazioni, dei capi.
Lo faccio anch’io. Non stavolta.
Si domanda se la vita non ruoti attorno a precise, ripetute, singolari ossessioni che sfociano in sfoghi di varia natura.
Siamo passati da una condizione in cui una precisa volontà stava al servizio di un bisogno da soddisfare, a una in cui la volontà costituisce soltanto un effetto di un’ossessione da consumare.
Arretrato che si aggiunge a una coda lunghissima.
E volere serve a ripetere l’ossessione. Quante ne ho avute: leggere, scrivere, correre, bere, mangiare, giocare a tennis, fare sesso, viaggiare, curare i figli, mangiare, bere, allenarsi, ovviamente lavorare, fare i soldi, lamentarsi, e tutte queste ossessioni mi hanno aiutato. Adesso non ne ho neanche una.
Gli manca leggere e scrivere. Avrebbe dovuto difenderle a ogni costo. In maniera inflessibile.
Arrivano tre telefonate di fila. Due di lavoro e una di famiglia.
19.59
Ho dimenticato di pubblicare.
Corre fuori, inquadra e scatta una foto al parcheggio deserto, ormai è notte. Carica la Storia mentre sul telefono e al polso brillano e vibrano un paio di notifiche.
Vede la sua Storia nell’applicazione: ho timbrato. Forse un tempo era un’ossessione. Adesso spaccio soltanto un po’ di dopamina.
Solo foto, a volte un piccolo video. Si considera un fautore delle non-prese di posizione.
Vedo tutte le altre, ma non ho tempo per prendere posizione, criticare, dileggiare. Subisco volentieri le vostre. Già tutto ormai accade qui dentro, non credo sarei pronto a gestirne le conseguenze lì fuori, a misurarne gli effetti.
Prende il motorino e torna a casa. Il telefono sempre infilato tra la guancia e il casco.
20.59
Cucina e intanto chiama la madre. La stanchezza rasenta il dolore fisico, sente che perde il filo mentre conversa con lei. Le chiede di ripetere due volte un paio di frasi. Ha poggiato il telefono e vede e sente sul polso una notifica: si distrae. Finge di aver capito e le dà appuntamento all’indomani. Una pressione complicata da descrivere. Troppe cose.
Anche nel dolore più reale c’è sempre l’irrealtà della rappresentazione. Troppe cose, non riesco.
Un’ultima telefonata da un amico, stavolta. Risponde mentre cucina.
L’ossessione non è solo salvezza. Il dialogo, o ciò che ne resta, è ormai l’alternarsi furioso di monologhi con se stessi, in cui uno dei due impone tempo, modo, coordinate e la rabbiosa presenza della propria unica ossessione.
Gli sta parlando del cibo, della difficoltà a limitarsi e non riesce a porsi un limite neanche nella lunga lamentazione.
Faccio fatica ad ascoltare.
Quando è esausto, mette gli auricolari e sfoglia X.
21.59
Ha cenato coi figli che adesso stanno nelle loro camere. Siede sul divano davanti alla televisione, il telefono in mano.
Non ho risposto a Nicola. Troppe cose.
Un rimorso che fatica a scacciare.
Nessuna delle mail che ricevo cambierà il corso della mia esistenza, né il tono della mia voce. Ecco perché avrei dovuto rispondergli.
Fare tutto è una fatica che richiede un’inedita disciplina. Non come stare seduto al tavolo e scrivere, o muovere le mani su un motore, su un pezzo di legno. Si tratta sempre di evitare l’intorno e un’area precisa, una circonferenza di rispetto, a partire dal corpo e dalle sue propaggini.
Certo che parlo del telefono.
La disciplina è l’attitudine a rovesciare il telefono e a tenerlo distante da sé.
Come staccarsi un braccio e lasciarlo in un’altra stanza.
Gli si chiudono gli occhi. Non può assolutamente addormentarsi sul divano. Si scuote, apre il telefono e sfoglia un po’ di Reel dei narcos.
22.59
Improvvisamente arriva una notifica: un messaggio del capo. Non solo il polso, sente che vibra il braccio e quasi l’intero corpo. Vorrebbe ignorarlo ma deve leggere. Tutto pronto per domani?
Per domani che?
Rilegge e in un baleno ricostruisce. L’aveva dimenticato.
Forse ho rimosso.
Deve andare a Milano con l’aereo delle 8. E deve fare la borsa, deve rivedere la presentazione, le ultime slide sono sbagliate. Deve prenotare l’albergo per l’indomani notte.
Scrivo che è tutto ok.
Aggiunge un emoji e scorge un grumo di sollievo.
Risponderò alla mail di Nicola in aereo.
Durante il volo nessuno chiama, nessuno scrive. Neanche può vedere i Reel e le Storie.
Dura poco, per fortuna.
Deve mettere in carica le cuffie. In aereo sta sempre con gli auricolari e la cancellazione attiva del rumore inserita, cui aggiunge suoni bianchi, neutri come la pioggia, il vento, affinché nessuno lo disturbi.
23.59
La solita ansia prima di ogni partenza. Prima non era così.
Ha gli occhi aperti, non prova neanche a dormire. Controlla che melatonina e benzo siano a portata di mano sul comodino. A differenza di tanti insonni che percepiscono una miriade di rumori in casa, gli scricchiolii dei mobili e delle tarme, la goccia che scende lentissima in cucina, certi gorgoglii del Geberit, un camion della spazzatura due strade affianco, lui aspetta che le infinite notifiche e quel rumore lì gli presentino il conto, cancellando gli altri suoni.
So bene come va a finire. Pensavo di poter disporre di una cosiddetta forza di volontà. Che il mio “io-voglio” producesse un qualche effetto su di me, sulle cose e, con un po’ di presunzione, sul mondo.
Una notifica, vede e sente sulla pelle la preview e il mittente è Nicola. Indugia e il pollice rimane sospeso sul Gorilla Glass dello smartphone.
Qualche millimetro di distanza tra la sua epidermide e quella del telefono, lo strato sottilissimo di elettrodi trasparenti, conduttivi e invisibili.
Non apro? Apro?
Sa cosa potrebbe aver scritto: tranquillo, ho fatto da solo, grazie.
Non apro.
Rinvia a domani. E si affida alle immagini e alle sequenze dei Reel. Speriamo funzionino.
Di solito si incistano brevemente e subito svaniscono. Non conservo memoria delle migliaia di frammenti che ho sfogliato. Al limite bagliori, alcune ombre e la smorfia di un narcos prima che muoia crivellato.
Ciò non esclude che alla fine, dopo ore di una visione che non vede né trattiene, ha sempre la sensazione di un corpo estraneo che si è installato, in maniera permanente, in qualche angolo recondito della sua mente.
La fisiologia.
E la dopamina.
Esatto.



